Resta al centro del confronto politico e professionale l’emendamento alla Legge di Bilancio 2026 che subordina il pagamento dei compensi da parte della Pubblica Amministrazione alla regolarità fiscale e contributiva dei liberi professionisti incaricati.
Dopo le forti proteste delle categorie professionali, il Governo è intervenuto con una riformulazione del testo, attualmente ancora in fase di esame parlamentare. Secondo le anticipazioni, la nuova versione dovrebbe limitare i controlli soprattutto alla presenza di debiti accertati e iscritti a ruolo, cercando di circoscrivere l’ambito applicativo della norma. Restano però aperti numerosi interrogativi sugli effetti pratici e sugli oneri documentali richiesti ai professionisti.
La disposizione è contenuta nell’articolo 129, comma 10, che stabilisce come il rispetto degli obblighi fiscali e contributivi rappresenti una condizione necessaria per il pagamento dei compensi professionali da parte delle amministrazioni pubbliche. A tal fine, il professionista sarebbe tenuto a produrre la documentazione attestante la propria regolarità contestualmente all’emissione della fattura.
Le criticità segnalate dai professionisti
La previsione ha sollevato immediate reazioni negative, soprattutto perché, nella sua formulazione originaria, rischiava di determinare un blocco automatico dei pagamenti anche in presenza di irregolarità minime o non sostanziali. Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’introduzione di nuovi adempimenti amministrativi, nonostante molte delle verifiche siano già oggi effettuabili dalla PA attraverso banche dati e procedure esistenti.
Per i professionisti tecnici, in particolare quelli attivi nel settore edilizio e delle opere pubbliche, l’impatto è soprattutto operativo. Il ritardo o la sospensione dei compensi può compromettere l’equilibrio finanziario delle commesse e la continuità delle attività, in un contesto in cui i tempi di pagamento della PA sono già spesso dilatati.
La posizione di Confprofessioni
Le rappresentanze dei liberi professionisti, e in particolare Confprofessioni, hanno chiesto la soppressione della norma o una sua profonda revisione. Tra i punti più contestati:
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l’assenza di soglie chiare che distinguano irregolarità lievi da situazioni più gravi;
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il rischio di sospensione totale dei compensi;
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l’aumento degli oneri documentali e procedurali;
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la possibile sovrapposizione con strumenti di controllo già previsti dall’ordinamento, come l’art. 48-bis del D.P.R. 602/1973.
Secondo il presidente Marco Natali, si tratta di una misura sproporzionata che penalizza indistintamente i professionisti e introduce incertezze applicative. Natali collega inoltre il tema alla disciplina dell’equo compenso, sottolineando come la certezza dei tempi di pagamento sia parte integrante del concetto stesso di equità.
Una partita ancora aperta
Le più recenti modifiche all’emendamento mirano, nelle intenzioni, a limitare l’effetto sospensivo ai soli casi di debiti già accertati. Tuttavia, restano da chiarire aspetti fondamentali: quali documenti dovranno essere prodotti, con quali tempistiche, e se la sospensione dei pagamenti sarà totale o parziale.
Fino a quando questi elementi non saranno definiti, la norma continua a generare incertezza tra i professionisti che operano con la Pubblica Amministrazione. Il confronto parlamentare è ancora in corso e l’esito resta aperto.